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BUSSOLA DEL GUSTO
Baci di Cherasco uniche prelibatezze dal 14 marzo 2008

Baci di Cherasco ...dolcezze piemontesi protagoniste dal 14 al 16 marzo 2008

I Baci di Cherasco sono cioccolatini dalla forma irregolare, composti da cioccolato fondente 60% e nocciole Piemonte (varietà Tonda Gentile delle Langhe) tostate nel forno a legna e frammentate. La loro particolarità sta proprio nella forma irregolare che assume il composto di fondente e nocciole, che li rende quindi uno diverso dall'altro.

La storia racconta che siano stati inventati dal pasticcere Marco Barbero, fondatore della Pasticceria Barbero di Cherasco, che pensò ad un modo per poter riutilizzare i frammenti irregolari di nocciola che rimanevano dalla lavorazione del torrone e decise di unirli a finissimo cioccolato fondente. Inizialmente vennero chiamati 'Cioccolatini Fantasia' e verso la fine degli anni Trenta presero il nome attuale.
I Baci di Cherasco sono di produzione esclusivamente artigianale e sono stati inseriti dalla legislazione tra i prodotti agroalimentari tradizionali della regione Piemonte.
Dal cacao di Cristoforo Colombo..

Cioccolata


Il primo europeo ad avere conoscenza del cacao fu certamente Cristoforo Colombo, che, durante i suoi viaggi di scoperta, ebbe modo di vederne gli alberi e di assistere al rito - com'era allora considerato - dei «cacicchi» (i capi indigeni locali) che bevevano la polvere dei semi di questa pianta allungata con acqua calda. Ma Colombo non ne apprezzò il sapore, né capì l'importanza commerciale del prodotto.
Si deve al conquistador Hernán Cortés, che l'aveva gustato alla corte di Montezuma, - sovrano degli Aztechi - l'introduzione del cacao in Spagna e, quindi, nel resto d'Europa.
In Spagna alla corte di Carlo V - sovrano da cui dipendevano le nuove colonie in cui la pianta di cacao attecchiva - i semi venivano tostati, macinati, sciolti in acqua calda e addolciti con miele per preparare una bevanda molto gradita.
Nella corte francese la cioccolata fu introdotta - pare - da Anna d'Austria quando andò sposa a Luigi XIII. Si tramanda, infatti, che la nuova sovrana avesse portato con sé, insieme al suo bagaglio, l'attrezzatura per preparare la cioccolata, che poteva, fra l'altro, essere usata da una sola damigella di corte, la sua preferita. Quando poi, cinquant'anni dopo, fu celebrato il matrimonio fra Luigi XIV, il Re Sole, e Maria Teresa, anch'essa Infanta di Spagna, la sposa introdusse l'abitudine di bere cioccolata in tazza al risveglio e durante le udienze, ciò che dette massima popolarità alla bevanda venuta dal Nuovo Mondo.
Dalla Francia i semi di cacao furono introdotti in Piemonte, terra che diede i natali a molti artigiani che consentirono di guadagnare a Torino la palma ancora oggi indiscussa di capitale della cioccolata.
La prima licenza italiana per aprire una bottega di cioccolateria risale alla fine del Seicento e fu proprio nei laboratori artigiani torinesi che si formarono e impararono l'arte ragazzi svizzeri, scesi a fare apprendistato, dai nomi Sacharel e Cailler oggi facilmente identificabili.
Se dunque l'Italia, dopo la Spagna, era il paese dove si ebbe la massima diffusione della cioccolata, il Piemonte, e Torino in particolare, erano i maggiori centri produttori, e tali rimasero e rimangono se si considera la produzione a livello artigianale.
I maestri cioccolatieri torinesi ebbero il merito di aver messo a punto una pasta, in cui al cacao di provenienza d'oltreoceano venivano mescolate le ottime nocciole piemontesi, un insieme che diventerà famoso anche se, come è più volte accaduto anche per innovazioni gastronomiche, l'«idea» del gianduia fu dovuta a una casualità.
Infatti, a causa del blocco napoleonico, i cioccolatieri piemontesi non riuscivano a rifornirsi del cacao necessario a coprire le esigenze produttive; ebbero, allora, l'idea di «allungare» il cacao con le nocciole locali, molto economiche perché evitavano i lunghi trasporti e gli onerosi costi dei noli navali.
Questa nuova pasta fu lavorata in cioccolatini che presero il nome di gianduiotti perché foggiati nella forma caratteristica che ricorda il cappello a tricorno della famosa maschera piemontese Gianduia che impersona il contadino rozzo di modi, di lingua arguta e di cuore generoso.
Il primo «gianduiotto» fu prodotto dalla ditta Caffarel-Prochet nel 1865, quando ormai i timori per il blocco navale francese erano passati da tempo. Aveva allora il nome di givu, una forma dialettale che significa «cicca». La stabilizzazione e il deposito legale del nome «gianduia» avvennero nel 1867 e da allora il gianduiotto conserva le medesime forme e dimensioni del cioccolatino originale.
Ancora oggi la lavorazione artigianale della cioccolata ha il suo centro a Torino (ma anche in qualche altro piccolo centro piemontese come Cherasco famosa per i particolari cioccolatini amari con mandorle chiamati baci di Cherasco) dove in molti negozi si può trovare una sessantina di varietà di cioccolatini con ripieni ai gusti più svariati. La confetteria forse più famosa e certamente più antica della città è quella di piazza Castello che ricordiamo perché resa illustre anche dalle assidue frequentazioni di Cavour la cui ghiottoneria è passata alla storia (come il ristorante che da lui prende nome); per questo grande personaggio politico i gianduiotti erano irresistibili come tutta la cioccolata torinese e la più raffinata cucina piemontese.
 
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Autore: StaffBlog  (Admin)    Data: 01-03-2008   12:26:08
 
 


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